Milano è una città che è sempre stata un po’ fuori dai “nostri giri”, sicuramente per la lontananza ma soprattutto perchè, noi mezziterroni abbiamo forse una concezione completamente forviante della città; un’idea sbagliata che ha disinibito il nostro interesse per Milano.
Forse, spero, siamo solo noi che la pensiamo così ma non sappiamo bene da cosa derivi questo “rifiuto”. Prima di pestare con i piedi la Grande Milano, la vedevamo come un luogo grigio, frenetico e fatto solo di ricchi industriali filoberlusconiani incalliti che urlano: “Va a ciapà i ratt”.
Niente di più sbagliato, Milano è una città fichissima e vogliamo autoconvincerci che è questo il motivo per cui Giacomo e compari hanno deciso di dar vita ad un festival che si chiama AFA Autoproduzioni Fichissime Anderground, ma poi avremmo modo di chiederglielo.

Le chiavi di svolta che hanno convinto tutta la Vitagrama Gang, a muove il banchetto al di là del Rubicone, in direzione delle lande padane, sono state ben due:


La prima fu una breve sortita al Letterpress Workers nel 2017, appunto annuale milanese che si svolge al Leoncavallo, un’evento legato alla tipografia con caratteri mobili, quella che tanto ci piace anche a noi.
Rimanemmo per tre giorni a girare tra quei banchi pieni di caratteri e inchiostri, come bambini in un negozio di giocattoli.
Tra le brevi scorribande in periferia e centro alla ricerca di street art, stampe, affissioni, adesivi e la breve residenza al Leoncavallo, la fuitina nel laboratorio serigrafico dove venivano realizzati meravigliosi poster in quadricromia e altre varie stampe legate ancha all’AFA, ci rendemmo veramente conto dell’alto livello qualitativo artistico che questa città offre; un crocevia di stili che toglie il fiato.

La seconda chiave di svolta è stato proprio il contatto con chi vive queste realtà, persone, stampatori, fumettisti, tipografi di cui ci siamo invaghiti, sia artisticamente che umanamente, conoscendoli un po’ in giro per i festival a cui abbiamo partecipato.
Tra tutti, due tipografi eccezionali, Simone di &TYPE e Paolo Cabrini, di Pratiche dello Yajè, Giacomo e tutti gli altri ragazzi dell’AFA, Carlo di FatGomez e last but not least Sua Maestà Galileo di Here comes The Poverty.
Un po’ per avere la scusa di andarli a trovare, un po’ per la qualità artistica dei presenti all’AFA che abbiamo deciso di fare i bagagli e muoverci.

Ora mettiamo fine ai nostri deliri e facciamo qualche domanda a Giacomo.

Ciao Giacomo, come stai? Vuoi parlarci un po’ dell’AFA e di come, quando e perchè è nato?

Ciao Vitagrama, tutto bene! E innanzitutto grazie per queste interviste/chiacchierate che fate perchè sono bellissime.
AFA è nata come idea nell’estate del 2015, fino a essere  realizzata per la prima volta nel maggio del 2016. A Milano a mio avviso mancava un festival di autoproduzioni totalmente indipendente da case editrici e sponsor, che fosse grande, ma veramente gigante, rumoroso, che avvolgesse tutto lo scibile del DIY: fanzine, serigrafia, fumetti, pittura, illustrazione, risograph, stampa a caratteri mobili, incisione, satira, collage. Volevamo qualcosa che mescolasse la rabbia per una proposta editoriale a mio avviso spesso molto banale alla possibilità di incontrare personalmente autori bravissimi.
Volevamo qualcosa che si sviluppasse sulla scia di quello che fu l’HIU (Happening Internazionale Underground), ispirandoci a coloro che verso la fine degli anni ’90 organizzarono il primo vero festival di arte e illustrazione indipendente italiano, che se non conoscete vi invito a cercare, perchè per molti, se non per tutti, fu l’inizio di un nuovo mondo. Da li sono scaturite tante realtà: solo a Milano sono nati negli ultimi anni il  “piccolo e gioioso festival d’illustazione” Gomma, totalmente autoprodotto ed itinerante, e il Bricola, nato all’interno del museo del Fumetto, oltre allo skate-punk del Filler, o c, festival di editoria indipendente, ma ti citerei sparsi per il paese il Crack di Roma, il Ratatà di Macerata, il Bordafest di Lucca, il Ca.co di Bari, l’Olè di Bologna, il di Napoli, lo Zapp di Pescara, lo Sputnik di Pisticci, il Brutticararatteri di Verona o il traumafest di Rimini, solo per dirti quelli che conosco personalmente.


Milano è sicuramente la città italiana che ha più contatti e influenze con il mondo europeo e internazionale in generale, sia a livello geografico che in qualche modo anche come stile di vita.
Questa “vicinanza con il resto del mondo” esiste anche nella scena anderground? Se si, pensi che questa situazione abbia arricchito anche il vostro festival?

Non direi. La maggior parte dei fumetti e dei libri si stampano a Milano, ma ci sono scene ben più vive come Roma, o Bologna ad esempio. La nostra fortuna è stata quella di muoverci in un ambiente in generale molto appassionato, che gira tutta l’Italia, o almeno ci prova. Ci siamo sentiti subito parte di qualcosa ben più grande di noi. Milano è senz’altro una città che offre (offriva, ti direi) più librerie, negozi, locali, momenti per trovarsi, e questo ovviamente genera molti spunti e influenze. Poi qui lavorano o vivono molti autori e questo senz’altro ha agevolato tutto, ma credo che ogni città volendo possa oganizzare situazioni di “respiro internazionale” se il progetto è stimolante.

Lo scorso anno, avete chiesto ad autori, disegnatori e illustratori di scrivere una canzone che è stata poi inserita all’interno di un vinile, l’AFAMegaMix, presentato durante il festival ed è possibile ascoltarlo anche su Soundcloud. Un’iniziativa davvero unica ed inusuale, come vi è venuta in mente questa pazzia? 

foto di Desirée Sacchiero

AFA è l’acronimo di Autoproduzioni Fichissime Andergraund. Ci siamo proposti di creare ogni anno qualcosa di nuovo, di diverso, chiedendo una mano a più autori possibili. In questi anni abbiamo curato un’antologia su una casa editrice nordcoreana, la Yellow Kim, realizzato un album di figurine, impaginato un numero di Tex situazionista. Il disco è nato per portare l’autoproduzione a un livello altro, superiore, più folle. Tra l’altro ringrazio i ragazzi dello studio Legno che ci hanno dato una mano bella grande. Molti fumettisti suonano o suonavano già, alcuni ci hanno regalato veri e propri capolavori (Pablo Cammello e Jacopo Starace ci hanno regalato un vero e proprio inno), altri ci hanno mandato un vocale da uozzap (come Adam Tempesta o Fabio Tonetto). C’è di tutto. Creare autoproduzioni è il modo con cui noi finanziamo il festival. Siamo totalmente autoprodotti, non chiediamo soldi agli autori o a sponsor, ci finanziamo con quello che riusciamo a creare e con quello che il pubblico, l’avventore decide di donarci.


Durante questo periodo buio legato all’emergenza del Covid, insieme a varie realtà e collettivi come Libri Finti Clandestini (complimenti per il vostro bellissimo progetto di editoria “casereccia”) Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, Mattia Pagliarulo, Federico Fabbri e molti altri illustratori e fumettisti incalliti, avete dato vita a Pandemikon.
Nella presentazione si legge che “Pandemikon nasce come diario di bordo in piena tempesta. Un diario creato in fretta e furia per esorcizzare questi tempi balordi e drammatici, in cui tanti autori e illustratori si trovano impossibilitati a poter fare il proprio mestiere, in cui molti festival non possono avere luogo e le librerie e le biblioteche rimangono chiuse”, vuoi continuare?

Beh grazie per aver citato Pandemikon. Ovviamente avevamo altre idee per questa edizione di AFA. Poi Milano è diventata zona rossa e abbiam deciso di sospendere tutto, come altri festival. Poi tutta l’Italia si è chiusa. A quel punto ci è sembrato ovvio chiedere a tutti come stessero. Poi abbiamo visto che noi stessi tenevamo dei diari molto ironici o amari di questa pandemia (Hurricane Ivan con le sue Cronache del virus, Jazz Manciola con le sue telecronache di una Milano precovid, io stesso con le gesta dei Coroners, i diari di coloro che, come me, si trovano a dover andare a lavorare in tutto questo delirio.). Abbiamo lanciato un “contenitore di diari” e alcuni li abbiamo invitati, altri si sono proposti. Ormai il blog va avanti da solo, e ci rallegra sapere che molti di coloro che conosciamo, con ironia, e con veri e propri capolavori, affrontano questo periodo infame. Baraghini ad esempio ha messo on line e totalmente gratuiti molti dei suoi libri, le famose edizione millelire.

Tornando all’Afa, Quel è l’artista per cui avete fatto tutto il possibile per riuscire a farlo sedere tra i banchi del festival?

Ce ne sono diversi. Organizzare un festival è uno sbattimento infinito, ma ti permette anche di realizzare qualche desiderio. Per la prima edizione organizzammo una mostra sullo Shok Studio, un personale omaggio ad artisti e amici come Akab o Ponticelli che vennero di persona a darci dei consigli anche durante l’allestimento. Organizzammo un incontro su Tamburini, a cui parteciparono Jorge Vacca della Topolin edizioni, Toffolo, Sparagna, Vincino, Paolo di Orazio con Splatter. Trovare Jorge Vacca fu un po’ complicato e divertente, perchè invece di produrre fumetti adesso organizza bellissime milonghe di tango. Senz’altro però il massimo fu quando ubriachi marci con Vash (uno degli organizzatori di AFA, gran maestro di Serigrafia insieme al mitico Marcelo) e mia sorella Annina scrivemmo una mail a Tom Bunk (quello delle figurine Sgorbions e della rivista Mad per intenderci) per invitarlo, e quello rispose in mezz’ora. Quando qualche mese dopo andammo aprenderlo all’aeroporto che arrivava da New York non ci sembrava vero.

Hai o comunque avete partecipato a festival indipendenti, underground, fuori dall’Italia? Se si, quale ti è rimasto più impresso e perchè? Abbiamo anche la domanda di riserva in caso la risposta sia no: avete intenzione di partecipare, quando sarà possibile, a qualche festival in particolare?

Fuori da qui siamo stati con Hurricane Ivan (uno degli organizzatori di AFA nonchè fumettista bravissimo) al Tenderete, a Valencia, organizzato da super amici tra cui Elias Tano e Martin Lopez Lam, dove abbiamo organizzato una mostra. Conosciamo anche il Vendetta, a Marsiglia, o il festival Fumetto a Lucerna, in Svizzera che però forse per numeri non credo possa considerarsi underground data la mole di visitatori che ha. Il sogno per me è senz’altro andare al Novo Doba festival, a Belgrado o al Tropicana Dreams di Mallorca, perchè le poche volte che ho potuto conoscere gli organizzatori ho trovato persone splendidamente folli.

Foto di Lavinia Mayastar bis

Prima l’AFA si svolgeva al Leoncavallo, centro sociale storica di cui non credo ci sia bisogno di parlare, lo scorso anno avete invce cambiato spazio: il Macao. Vuoi dirci qualcosa in più su questa occupazione che non conosciamo, ma  abbiamo letto che è ”un percorso politico e teorico di un gruppo di persone, i Lavoratori dell’Arte e dello Spettacolo, in dialogo con altre realtà del movimento cittadino e con una rete di soggetti che lotta in tutta Italia per sostanziare l’idea di cultura come bene comune.”

Come è nato il rapporto tra AFA e Macao?

Macao nacque nel 2013, occupando un grattacielo simbolo della speculazione edilizia in pieno centro a MIlano, la Torre Galfa. Poi hanno subito diversi sgomberi, fino a organizzarsi nel luogo in cui sono attualmente, l’ex macello. Finito il rapporto col Leoncavallo avevamo voglia di trovare un nuovo posto con nuovi progetti, e il buon Jazz Manciola (altro organizzatore di AFA nonchè illustratore e architetto dell’amore) ci portò a conoscere Macao, dove negli anni precedenti si era tenuto il già citato prima festival di editoria indipendente, Inedito. Ho trovato una realtà multiforme, e le persone che abbiamo conosciuto sono state splendide. Hanno saputo creare una situazione molto di cuore, in cui ogni problema aveva una soluzione. La prima vera riunione l’abbiamo fatta in una trattoria li vicino. Finito AFA pochi giorni dopo siamo andati a bere in un baracchino tutti assieme dopo aver superato un milione di difficoltà ed essere riusciti a creare qualcosa di nuovo. Il loro progetto politico affronta più temi, ma fondamentali sono sicuramente la solidarietà e l’inclusione. Tra l’altro, l’anno scorso, durante AFA ci fu il comizio di Salvini, e tutti insieme decidemmo come accoglierlo. Con Macao facemmo lo striscione fuori, e una parte di noi andò con loro a manifestare insieme. In più il loro legame coi lavoratori dell’arte e dello spettacolo in questo periodo di forte crisi è importantissimo, dovrà saper rinnovare le proprie istanze e lottare ancora più duramente, e credo sarà un importante punto di riferimento per la città.

Pensi che gli spazi occupati, siano i luoghi più indicati dove far germogliare il virus dell’autoproduzione?

Non lo so. Sicuramente ci sono molte analogie. Politicamente l’autoproduzione talvolta è una scelta, talvolta una necessità. Cosi come le le realtà occupate. La libertà che troviamo in determinati spazi è senza eguali. Sapere che in un quello spazio troverai delle sorelle e dei fratelli è uno stimolo a fare bene. Se pensiamo alla meraviglia del Crack al Forte, o l’accoglienza spendida all’Olè a XM24, l’abbraccio dello Scugnizzo Liberato a Napoli, giusto per fare alcuni esempi, mi viene difficile pensare tanta bellezza in altri posti. Poi personalmente mi auguro che le autoproduzioni possano svilupparsi ovunque, perchè in questi anni posso dire che c’è tanta di quella bellezza e genialità in giro che viene da piangere, spesso nascosta. A Milano abbiamo avuto tanti sgomberi, ho visto tanti posti che ho amato svanire da un giorno all’altro in questi anni. Ma credo che proprio in questi posti spesso nascano le idee migliori, proprio per il senso di rivoluzione e innovazione da cui scaturiscono, anche se tutto parte sempre dalla propria camera quando si è regazzini, credo. Se posso, chiuderei citandoti gli Hüsker Dü: “Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror”.

Foto in copertina di Desirée Sacchiero 
Foto nell’articolo di Lavinia Mayastar